Open Time
Daily: 10 a.m. – 5 p.m.
Monday & Holidays: Closed
La Biblioteca Oliveriana si trova temporaneamente in Largo Mamiani 2/4, ingresso via San Francesco 9.
Sono attivi i servizi di prestito e consultazione; info allo 0721 33344, e-mail info@oliveriana.pu.it.
Vi aspettiamo!
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Questa sezione contiene i reperti che costituiscono il cosiddetto lucus pisaurensis, epigrafi che citano divinità e la lastra bilingue in etrusco e latino.
Questa sezione contiene i reperti che costituiscono il cosiddetto lucus pisaurensis, epigrafi che citano divinità e la lastra bilingue in etrusco e latino. Questa sezione contiene i reperti che costituiscono il cosiddetto lucus pisaurensis, epigrafi che citano divinità e la lastra bilingue in etrusco e latino. Questa sezione contiene i reperti che costituiscono il cosiddetto lucus pisaurensis, epigrafi che citano divinità e la lastra bilingue in etrusco e latino. Questa sezione contiene i reperti che costituiscono il cosiddetto lucus pisaurensis, epigrafi che citano divinità e la lastra bilingue in etrusco e latino. Questa sezione contiene i reperti che costituiscono il cosiddetto lucus pisaurensis, epigrafi che citano divinità e la lastra bilingue in etrusco e latino. Questa sezione contiene i reperti che costituiscono il cosiddetto lucus pisaurensis, epigrafi che citano divinità e la lastra bilingue in etrusco e latino. Questa sezione contiene i reperti che costituiscono il cosiddetto lucus pisaurensis, epigrafi che citano divinità e la lastra bilingue in etrusco e latino.
Il Larario Puerile è un gruppo di piccoli oggetti di stagno, datati alla seconda metà del II sec. D.C.: secondo l’Olivieri si trattava di giocattoli per bambini, i quali, «venendo essi a morte con loro si racchiudevano nello stesso sepolcro i lor giocolini».
È anche possibile che fossero piccoli larari (dal lat. Lares, “focolare”, sono gli spiriti protettori della famiglia e delle sue attività), oggetti di culto domestico, che venivano dedicati in luoghi sacri.
Ne fanno parte due statuine di divinità femminili (Venere, Minerva), una figura maschile a cavallo, tre are cilindriche, alcuni oggetti di arredamento ed una serie di suppellettile. Sono inoltre comprese nel gruppo due lucerne fittili, mentre molto probabilmente non ne fa parte una terza statuetta raffigurante Venere, conservata nel Museo ma non elencata dall’Olivieri, che presenta caratteristiche particolari sia per la fattura, sia per la qualità del metallo.
Il Museo Oliveriano conserva diversi bronzetti votivi, collezionati dall’Olivieri.
Di particolare rilievo i bronzetti raffiguranti guerrieri, databili alla fine del VI sec. d. C.: i guerrieri hanno il braccio destro o sinistro alzato, come a sostenere una lancia, andata perduta, mentre l’altro braccio è abbassato a reggere con tutta probabilità l’aspis ( o hòplon), il grande scudo tondo oplitico.
Di alcuni di essi si serba il volto, dai grandi occhi sbarrati e il naso marcato.
Giambattista Passeri, tra gli altri reperti da lui amorevolmente conservati, mostrò una predilezione per la raccolta di lucerne, che collezionò in centinaia di esemplari sin all’adolescenza: tra il 1739 e 1751 pubblicò per i tipi di Niccolò Gavelli tre volumi dal titolo Lucernae fictiles, un volume che presentò la più vasta collezione di lucerne – romane e tardo-antiche – nota fino a quel tempo, e destinata a rimanere tale per tutto il secolo successivo.
Nell’opera il Passeri disquisiva di divinità, eroi e miti, flora e fauna, abbigliamento, celebrazioni, giochi e rituali, assegnando tutte le lucerne, sulla base dei soggetti, a quattro categorie: lucerne sacre, pubbliche, domestiche, funerarie.
La collezione di lucerne e la relativa pubblicazione ebbero grande fortuna, finché alla fine dell’Ottocento lo studioso Heinrich Dressel, in visita a Pesaro per studiare questi materiali e inserirlo nel XV volume del Corpus Inscriptionum Latinarum dedicato alle iscrizioni di officine romane su produzioni ceramiche d’uso comune, mise in dubbio l’autenticità di buona parte della collezione, giudicando false molte delle lucerne pubblicate da Passeri.
Per un periodo l’interesse riguardo le Lucerne del Passeri scemò, per tornare in auge grazie alla mostra organizzata nella Biblioteca e Musei Oliveriani nel 2013 in occasione del suo 220esimo anniversario e in concomitanza del “Convegno Lumina” che esaminò – per la prima volta nel suo complesso – questo nucleo collezionistico, cercando di inquadrarne le origini e il significato nel contesto storico e culturale entro cui visse ed operò il suo promotore.
Giambattista Passeri, tra gli altri reperti da lui amorevolmente conservati, mostrò una predilezione per la raccolta di lucerne, che collezionò in centinaia di esemplari sin all’adolescenza: tra il 1739 e 1751 pubblicò per i tipi di Niccolò Gavelli tre volumi dal titolo Lucernae fictiles, un volume che presentò la più vasta collezione di lucerne – romane e tardo-antiche – nota fino a quel tempo, e destinata a rimanere tale per tutto il secolo successivo.
Nell’opera il Passeri disquisiva di divinità, eroi e miti, flora e fauna, abbigliamento, celebrazioni, giochi e rituali, assegnando tutte le lucerne, sulla base dei soggetti, a quattro categorie: lucerne sacre, pubbliche, domestiche, funerarie.
La collezione di lucerne e la relativa pubblicazione ebbero grande fortuna, finché alla fine dell’Ottocento lo studioso Heinrich Dressel, in visita a Pesaro per studiare questi materiali e inserirlo nel XV volume del Corpus Inscriptionum Latinarum dedicato alle iscrizioni di officine romane su produzioni ceramiche d’uso comune, mise in dubbio l’autenticità di buona parte della collezione, giudicando false molte delle lucerne pubblicate da Passeri.
Per un periodo l’interesse riguardo le Lucerne del Passeri scemò, per tornare in auge grazie alla mostra organizzata nella Biblioteca e Musei Oliveriani nel 2013 in occasione del suo 220esimo anniversario e in concomitanza del “Convegno Lumina” che esaminò – per la prima volta nel suo complesso – questo nucleo collezionistico, cercando di inquadrarne le origini e il significato nel contesto storico e culturale entro cui visse ed operò il suo promotore.
Giambattista Passeri, tra gli altri reperti da lui amorevolmente conservati, mostrò una predilezione per la raccolta di lucerne, che collezionò in centinaia di esemplari sin all’adolescenza: tra il 1739 e 1751 pubblicò per i tipi di Niccolò Gavelli tre volumi dal titolo Lucernae fictiles, un volume che presentò la più vasta collezione di lucerne – romane e tardo-antiche – nota fino a quel tempo, e destinata a rimanere tale per tutto il secolo successivo.
Nell’opera il Passeri disquisiva di divinità, eroi e miti, flora e fauna, abbigliamento, celebrazioni, giochi e rituali, assegnando tutte le lucerne, sulla base dei soggetti, a quattro categorie: lucerne sacre, pubbliche, domestiche, funerarie.
La collezione di lucerne e la relativa pubblicazione ebbero grande fortuna, finché alla fine dell’Ottocento lo studioso Heinrich Dressel, in visita a Pesaro per studiare questi materiali e inserirlo nel XV volume del Corpus Inscriptionum Latinarum dedicato alle iscrizioni di officine romane su produzioni ceramiche d’uso comune, mise in dubbio l’autenticità di buona parte della collezione, giudicando false molte delle lucerne pubblicate da Passeri.
Per un periodo l’interesse riguardo le Lucerne del Passeri scemò, per tornare in auge grazie alla mostra organizzata nella Biblioteca e Musei Oliveriani nel 2013 in occasione del suo 220esimo anniversario e in concomitanza del “Convegno Lumina” che esaminò – per la prima volta nel suo complesso – questo nucleo collezionistico, cercando di inquadrarne le origini e il significato nel contesto storico e culturale entro cui visse ed operò il suo promotore.
Giambattista Passeri, tra gli altri reperti da lui amorevolmente conservati, mostrò una predilezione per la raccolta di lucerne, che collezionò in centinaia di esemplari sin all’adolescenza: tra il 1739 e 1751 pubblicò per i tipi di Niccolò Gavelli tre volumi dal titolo Lucernae fictiles, un volume che presentò la più vasta collezione di lucerne – romane e tardo-antiche – nota fino a quel tempo, e destinata a rimanere tale per tutto il secolo successivo.
Nell’opera il Passeri disquisiva di divinità, eroi e miti, flora e fauna, abbigliamento, celebrazioni, giochi e rituali, assegnando tutte le lucerne, sulla base dei soggetti, a quattro categorie: lucerne sacre, pubbliche, domestiche, funerarie.
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Giambattista Passeri, tra gli altri reperti da lui amorevolmente conservati, mostrò una predilezione per la raccolta di lucerne, che collezionò in centinaia di esemplari sin all’adolescenza: tra il 1739 e 1751 pubblicò per i tipi di Niccolò Gavelli tre volumi dal titolo Lucernae fictiles, un volume che presentò la più vasta collezione di lucerne – romane e tardo-antiche – nota fino a quel tempo, e destinata a rimanere tale per tutto il secolo successivo.
Nell’opera il Passeri disquisiva di divinità, eroi e miti, flora e fauna, abbigliamento, celebrazioni, giochi e rituali, assegnando tutte le lucerne, sulla base dei soggetti, a quattro categorie: lucerne sacre, pubbliche, domestiche, funerarie.
La collezione di lucerne e la relativa pubblicazione ebbero grande fortuna, finché alla fine dell’Ottocento lo studioso Heinrich Dressel, in visita a Pesaro per studiare questi materiali e inserirlo nel XV volume del Corpus Inscriptionum Latinarum dedicato alle iscrizioni di officine romane su produzioni ceramiche d’uso comune, mise in dubbio l’autenticità di buona parte della collezione, giudicando false molte delle lucerne pubblicate da Passeri.
Per un periodo l’interesse riguardo le Lucerne del Passeri scemò, per tornare in auge grazie alla mostra organizzata nella Biblioteca e Musei Oliveriani nel 2013 in occasione del suo 220esimo anniversario e in concomitanza del “Convegno Lumina” che esaminò – per la prima volta nel suo complesso – questo nucleo collezionistico, cercando di inquadrarne le origini e il significato nel contesto storico e culturale entro cui visse ed operò il suo promotore.
Nuova sede provvisoria aperta al pubblico: Largo Mamiani 2/4 (ingresso via San Francesco 9)
Sede di Palazzo Almerici (temporaneamente chiusa al pubblico) Via Mazza, 97
TEMPORANEAMENTE CHIUSO PER LAVORI DI RESTAURO DI PALAZZO ALMERICI.